Ha ricominciato da un po’ di tempo a ronzarmi nelle orecchie e nella testa la frase di Herbert Marcuse con la quale inizia “L’uomo a una dimensione”: “”Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno di progresso tecnico”.
Marcuse è uno dei pochi intellettuali che, dal tempo lontano della mia “iniziazione” alla politica, è arrivato fino a oggi – per me – senza (quasi) una ammaccatura. Insieme con Sartre, che mi faceva piangere, e Mao, che mi faceva sentire orgogliosa, Marcuse è stato per me un poeta e un profeta, e quella folgorante frase precipita oggi a descrivere bene quello che ci capita in sorte. Questa nostra aria di tempi fatti di confortevoli, levigate, ragionevoli, democratiche non libertà. E’ l’uomo a una dimensione per il quale, al di fuori del sistema in cui vive, non ci sono altri possibili modi di essere e per il quale la stessa tolleranza sulla quale è costruita la “sua” società è fasulla perché vale solo per ciò che non mette in discussione il sistema stesso.
E’ la società delle progressive esclusioni, “il sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili. La loro presenza prova quanto sia immediato e reale il bisogno di porre fine a condizioni e istituzioni intollerabili. Perciò, la loro opposizione è rivoluzionaria – scriveva Marcuse – Perciò la loro opposizione colpisce il sistema dal di fuori e quindi non è sviata dal sistema; è una forza elementare che viola la regola del gioco e così facendo mostra che è un gioco truccato”. Questi gruppi possono incarnare il Grande Rifiuto, l’opposizione totale al sistema, teorizzava il filosofo.
Ecco, sarò nostalgica, forse ingenua o solo illusa, ma per quel che so e per quel (poco) che ho fatto, non sono intenzionata ad accontentarmi di nulla di meno di questo. Che contiene in sé una sottile ma profonda ironia, il grande rifiuto di Marcuse è l’esatto contrario di quello di Celestino V descritto da Dante. Non è il rifiuto della sfida ma è la sfida stessa, che non concede mediazioni e non indulge a compromessi.
Perché mi è tornato in mente Marcuse? Non so, credo che tutto sia cominciato dopo l’incontro di Napoli, il Foruom dei comuni per i beni comuni, luogo delle diverse possibilità e al tempo stesso del dubbio, dell’illusione sempre disillusa che tutto può cambiare perché nulla cambi. Io, che non ho coltivato nessuna delle diffidenze costitutive di chi ha assiduamente frequentato i partiti, sono convinta che valga sempre la pena alimentare una buona idea e darle ossigeno perché possa diventare un fatto concreto. Perciò guardo con un occhio attento (e indulgente) a quel che le persone che sono andate a Napoli vogliono costruire ma, allo stesso tempo, non dimentico di essere cresciuta e diventata grande leggendo “L’uomo a una dimensione” e di credere ancora oggi che il Grande Rifiuto sia una fondamentale azione politica.
