Il volo del Cipe

di ANNA PIZZO

La vera “colpa” delle persone che lo scorso 9 marzo hanno protestato a Roma davanti alla sede del Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, è stato l’obiettivo che hanno scelto. Forse si sarebbero potuti evitare i quattro arresti e il bel po’ di botte che la polizia ha riservato a chi chiedeva che lo stanziamento di risorse per la Tav Torino-Lione, appena annunciato dal presidente del Piemonte, Cota, fosse invece destinato ad alleviare l’emergenza abitativa.

La “colpa” dei manifestanti è stata di pensare, ingenuamente, che a decidere di quei 20 milioni destinati all’alta velocità in Val di Susa fosse, effettivamente, il Cipe. O chi per lui, ministri e presidente compresi. Ma è del tutto evidente che così non è e che, nell’altalena più che ventennale che ha visto impegnati non si sa più quanti governi contro i valligiani irremovibili, l’ultima parola, ora più che mai, non spetta all’Italia.

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Il Grande Rifiuto

di ANNA PIZZO

Ha ricominciato da un po’ di tempo a ronzarmi nelle orecchie e nella testa la frase di Herbert Marcuse con la quale inizia “L’uomo a una dimensione”: “”Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno di progresso tecnico”.

Marcuse è  uno dei pochi intellettuali che, dal tempo lontano della mia “iniziazione” alla politica, è arrivato fino a oggi – per me – senza (quasi) una ammaccatura. Insieme con Sartre, che mi faceva piangere, e Mao, che mi faceva sentire orgogliosa, Marcuse è stato per me un poeta e un profeta, e quella folgorante frase precipita oggi a descrivere bene quello che ci capita in sorte. Questa nostra aria di tempi fatti di confortevoli, levigate, ragionevoli, democratiche non libertà. E’ l’uomo a una dimensione per il quale, al di fuori del sistema in cui vive, non ci sono altri possibili modi di essere e per il quale la stessa tolleranza sulla quale è costruita la “sua” società è fasulla perché vale solo per ciò che non mette in discussione il sistema stesso.

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Lo sportello del disonore

Ieri l’Associazione 21 luglio, che si occupa di diritti dell’infanzia, ha tenuto una conferenza stampa per presentare un memorandum, sui diritti violati di Rom e Sinti a Roma, preparato per il Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale dell’Onu. Già in questa prima frase ci sono almeno un paio di paradossi. Il primo è che una associazione che si occupa di diritti dell’infanzia, fascia anagrafica che diritti ne ha solo formalmente, perché poi è dagli adulti che dipendono, è di per sé una anomalia. Figuriamoci poi i bambini rom, quelli che per comodità media, politica e istituzioni chiamano “nomadi”.
Il secondo paradosso consiste nella pretesa di denunciare ciò che il defunto governo, una quantità inverosimile di vigenti sindaci e una buona fetta dei media nostrani considera non solo legittimo, ma sacrosanto. E cioè schedare Rom e Sinti, considerarli “potenzialmente pericolosi” e cercare di rinchiuderli dentro recinti dove non metterebbero il loro cane. E’ quello che è successo a Roma ed è quello che quotidianamente succede in molte altre città. Continua a leggere

Sdoganare fa male

Secondo me, una delle eredità più mefitiche e dure a morire del ventennio (o quasi) appena trascorso è lo “sdoganamento”. E non è necessariamente “solo” colpa del berlusconismo. Tutto è cominciato col fascismo: tutti a dire quanto fosse necessario e utile e intelligente e appropriato farla finita con l’antifascismo e considerare “normale” chi quella storia ha rivendicato e perseguito. Poi è toccato al razzismo: dopo anni di tacita sopportazione se non addirittura di  quale tiepida apertura (in fondo, servono per fare i mestieri che gli italiani non vogliono più fare), si sono sciolte le vele e sindaci e parlamentari e dirigenti politici ora possono di nuovo dire in pubblico cose razziste e fare cose razziste. L’ultima, di oggi, è del consigliere comunale di Albenga, nel Savonese, che ha detto impunemente che i “marocchini devono andare nei forni”. Continua a leggere

Il teorema di Talete

Come ben sanno quei 26 milioni di italiani che hanno votato per la ripubblicizzazione dell’acqua, il referendum rischia di essere carta straccia o, meglio, acqua fresca. Altrimenti come si spiega la incredibile e grottesca vicenda di Talete? Non stiamo parlando del filosofo greco ma della società che gestisce il servizio idrico nella Tuscia, cioè in un gran pezzo del viterbese, alto Lazio.

Di incongruenze, nella vicenda, ce ne sono molte, a cominciare dal nome stesso: cosa c’entra lo scopritore della geometria, il grande naturalista e astronomo con quell’ircocervo che dovrebbe gestire un bene comune in nome e per conto dei cittadini e invece si comporta come il più imbranato dei padroni? In comune, Talete di Mileto e Marco Fedele (presidente della Spa) devono avere (credo) solo l’attrazione per i buchi: il primo per quelli celesti, il secondo per quelli di bilancio. Ma mentre il primo li osservava, quest’ultimo pare contribuisca attivamente a crearli. Per poi esclamare, sulle prime pagine del Messaggero, che “Talete va sciolta, è ingestibile”.

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La lotta per lo strapuntino

Non vorrei continuare a pestare l’acqua nel mortaio della politica di Berlusconi, ma, siccome la questione di cui mi occupo è da sempre al centro dell’attenzione di  qualsiasi partito, sia esso di destra, di centro o di sinistra, mi pare una ghiotta occasione per parlare a suocera perché nuora intenda. Si tratta del nuovo regolamento sulle incompatibilità deciso dal «capo» del Pdl, Angelino Alfano, che entrerà in vigore ai prossimi congressi nazionali, regionali, provinciali e cittadini. In due parole, poiché già lo stabiliva lo statuto del Popolo della libertà (peraltro fino a oggi ampiamente disatteso), d’ora in poi chi ha una carica istituzionale non può averne una nel partito, a meno che non si tratti di rappresentanti in comuni con meno di 15 mila abitanti (che comunque ammontano al 71,86 per cento del totale).

Si dirà che il provvedimento è giusto perché evita eccessive concentrazioni e distorsioni. Se non che sorge spontaneo il sospetto che l’improvvisa resipiscenza sia dovuta alla riduzione di poltrone, sofà, puffi e strapuntini di cui era dotato fino a pochi giorni fa il maggiore partito di governo. Ma la vera batosta arriva quando si vanno a studiare i tempi: «I Coordinatori e i Vice Vicari provinciali o di grandi città – recita l’articolo 4 del nuovo regolamento – che intendano candidarsi ad elezioni politiche, europee, regionali o amministrative (fatta eccezione per i comuni sotto i 15 mila abitanti) devono sospendersi dal loro incarico con decorrenza di sei mesi prima della scadenza dell’organo al quale intendono candidarsi. Si tratta di una vera rivoluzione se si pensa che nelle “migliori” tradizioni della politica (di destra o di sinistra) la reversibilità tra ruoli istituzionali e cariche di partito al momento delle elezioni è stata tradizionalmente la più oliata e certa macchina acchiappavoti che si possa immaginare. Come faranno da ora in poi? Quali altri strumenti di “persuasione” adotteranno? Non c’è dubbio: siamo di fronte ad una vera rivoluzione.

So che mi mancherà

So che mi mancherà. Mi mancherà la sua occupazione permanente della scena pubblica e privata che il mondo non ci invidiava ma che di certo non riusciva a ignorare, e che, di riflesso, colpiva anche me.

Non c’è stato paese al mondo (di quelli in cui sono stata per turismo o per lavoro o per attività politica negli ultimi diciassette anni) in cui prima o poi qualcuno non mi chiedesse notizie di Berlusconi, non appena capiva che ero italiana. Da Porto Alegre al Mali, da Continua a leggere